Le parole scomparse

Oggi vi voglio parlare di un’ iniziativa interessante, la  Società Dante Alighieri, sta promuovendo una campagna per adottare le parole italiane in via d’estinzione, per spingere ad un uso coretto della nostra lingua e invita ad adottarne una e ad usarla tutte le volte che puoi.

Tutti noi abbiamo delle parole che abbiamo usato da bambini, che erano frequenti nel linguaggio dei nostri genitori e che ora sono scomparse, parole che ci riportano a situazioni e momenti vissuti e che ci farebbe piacere scrivere e adottare. Potrebbe essere una parola che descrive un pensiero, un suono, un’emozione, alla quale siamo in qualche modo legati perché ricorreva spesso nel lessico quotidiano. A me viene in mente la parola Paltò, sarà perché siamo nel pieno dell’inverno e questo indumento mi sembra adatto e soprattutto confortevole. Mi evoca una signora distinta, raffinata che indossava il suo elegante Paltò, guanti, borsa e scarpe in perfetta sintonia, sfilare per le strade del centro della città. Ora a chi verrebbe mai in mente di acquistare un Paltò? Forse i nostri figli non conoscono neanche il significato, considerano questa parola desueta, vecchia, da elimanere, perchè non proviamo a riproporre qui la nostra parola del cuore?

  Paltò: n.m. invar. soprabito invernale da uomo o da donna; cappotto

Adattamento del fr. paletot.

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46 risposte a Le parole scomparse

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  2. Je viens de fêter mon vingt-neufième anniversaire.

    .
    Je me nomme Carole.
    Je suis une pilote de ligne . Si je suis parfois
    délicate, ce n’est pas forcément un défaut ?

  3. mariella1953 ha detto:

    Ciao Lucia
    Io ricordo la lisciva per quanto riguarda il bucato
    Più leggero del paltò il soprabito!
    Buona giornata

  4. sabby ha detto:

    ci sono parole che fanno parte della nostra memoria affettiva,
    ora si parla molto con termini in inglese, sembra quasi che ci siamo nascosti dietro le parole, anche il linguaggio si è massificato.

  5. ili6 ha detto:

    Un saluto, Lucia
    siamo ancora nel caos, ma sopravviveremo.
    Ciao
    marirò

  6. scanazzatu ha detto:

    Hai proprio ragione, sono tantissime le parole ormai cadute in disuso, uccise da un linguaggio
    “alternativo” “moderno” che sinceramente non riesco ad accettare, anche la scrittura è diventata obsoleta, soppiantata da odiosi sms. Spero che a questa ecatombe sopravvivano, almeno parole come amore, amicizia, lealtà, onestà, e perchè no, anche sogno e ideale.
    Un abbraccio.
    Nino

  7. stefano re ha detto:

    Un saluto. Grazie per il tuo blog.
    Stefano

  8. fausta68 ha detto:

    Ciao Lucia, avevo perso questo post così simpatico! Prima di tutto sono contenta che la vostra situazione sia migliorata e spero che ad oggi lo sia ancora di più.
    Così, su due piedi, mi sono venute in mente due parole: a casa mia, da bambina, c’era lo “sgabuzzino” ….ora ho trovato solo ripostigli….
    A Roma c’era la “cirioletta” (ora è difficile trovarla anche lì), una forma di pane che non ho trovato più… somiglia un po’ ad una piccola baguette ma è tutta piena e con la crosta croccante…. tagliata e farcita con qualsiasi cosa (la sua morte era la frittatina) è una goduria!!!
    Poi metto qui alcune parole che sono in punto di morte, così difficile sentirle sulla bocca delle persone anche se il significato è sempre lo stesso…… parlo di “per piacere, grazie, scusi”….. e ne potrei citare altre…..

    • luciabaciocchi ha detto:

      Fausta grazie per il pensiero nei nostri riguardi, interessanti le parole segnalate, a me tante familiari, la ciriola con la mortadella una prelibatezza. Anche nella casa della mia fanciullezza c’era lo “sgabuzzino”, lo rimpiango da morire, vi si riponeva di tutto!!
      Le buone maniere sono, come dici tu, in agonia, speriamo che non nuoiano del tutto..
      Un abbraccio 🙂
      Lucia

  9. espress451 ha detto:

    Che emozione dolce la tua descrizione del paltò… Saresti un’ospite perfetta per il corso di scrittura creativa che sto per cominciare coi miei studenti. Consiglio a tutti i tuoi lettori il divertente libro di Queneau “Esercizi di stile” con cui si può imparare a maneggiare le parole come fossero creta…
    Un abbraccio, Ester.

    • luciabaciocchi ha detto:

      Ester, i tuoi complimenti mi fanno arrossire, mi definisco una maestra di campagna, sarebbe una gioia per me partecipare ad un tuo corso di scrittura creativa, ma sei tanto distante, ci separano 600 km. Mi incuriosisce il libro da te consigliato, lo stile è una meta a cui dobbiamo sempre tendere.
      Con amicizia e stima
      Lucia

      • espress451 ha detto:

        Distanti per chilometri, cara Lucia, ma come spesso accade le persone si “riconoscono” oltre le coordinate geografiche…
        Un abbraccio, Ester.

  10. franco muzzioli ha detto:

    Mi immergo in una atmosfera di gozzaniana memoria per rispolverare qualche francesismo ormai demodè. Sono in un lussuoso cabaret sprofondato in un canapè in compagnia di una cocotte alla discreta luce di una abatjour ,lei si è tolta dalle spalle la lisouse e mi chiede sbattendo le ciglia …un ratafià.
    Potrei andar avanti ………ma per pudore mi fermo.

  11. SETTIMIA ha detto:

    Quando sono arrivata a Torino, quaranta e più anni fa, la parola che mi piaceva tanto sentirmi rivolgere era “madamina”: termine per indicare una giovane signora o una giovane sposa. “Madama”, invece, era usato per signore di una certa età.

    Il panettiere, quando mia suocera ed io entravamo nel suo negozio, ci accoglieva con uno smagliante sorriso, rispondendo al nostro saluto con l’espressione “buongiorno madamine.”, accomunando con il termine “madamine” anche mia suocera. I tempi, però, cambiano. Ora non più si usa tale vezzeggiativo.

    Un ricordo mio particolare riguarda la parola “frufru”. Oggi, suppongo, sia una parola in disuso anche in Umbria. Tu ricorderai, cara Lucia, che i “frufru” erano e sono per noi i fragranti Wafer: golose specialità al cioccolato o alla crema che noi a Montefalco chiamavamo semplicemente “frufru”. Questa parola era sconosciuta nella Torino degli anni settanta, dove per “fru fru” si denomina una persona o cosa leggera e frivola.

    Un saluto a te e un ben tornato a casa ad Angelo, ciao

    SETTIMIA

    • luciabaciocchi ha detto:

      Cara Settiminia ben tornata nel mio blog, gran piacere rileggerti. Indimenticabile la “BOTTEGA” del tuo papa’, quanti viaggi per andare a prendere i FRUFRU’, come bene hai desctitto tu. Ti confesso che a me piacevano quei biscottini a forma di animaletti conservati nei bellissimi vasi di vetro sopra il bancone di marmo bianco della mescita del vino, li chiamavamo NIK NAK, chissà se ancora sono in commercio.
      Un saluto affettuoso da parte mia e di Angelo 🙂

  12. COMUNITA’ non una parola ma un senso di vivere perduto… almeno per ora!

  13. girasole ha detto:

    Se penso a qualche parola scomparsa, la prima che mi viene in mente è “ghiacciaia”. Non l’ho mai vista ma ricordo che mia nonna chiamava in questo modo il frigorifero e io non capivo perchè e la correggevo. -Nonna!…Si dice frigorifero… Solo più tardi ho capito perchè, la nonna ostinata, usava ancora quel nome.
    Nei miei ricordi ci sono poi tante altre parole ma sono più che altro parole dialettali tipiche del dialetto triestino/fiumano che parlavano i miei nonni.

    Oggi invece invoco l’attenzione per il povero congiuntivo. E’ vero che la lingua cambia e si evolve, è una cosa normale e naturale ma il povero congiuntivo…gli voglio troppo bene… :-))
    Ciao Lucia, un abbraccione

    • luciabaciocchi ha detto:

      Girasole, il congiuntivo, disperazione di tutti gli insegnanti e non solo, difficile usarlo correttamente specialmente dalle mie parti, viene messo a posto dell’indicativo, quasi sempre….La GHIACCIAIA era un lusso averla negli anni cinquanta e refrigerava mettendo all’interno un pezzo di ghiaccio.
      Un saluto simpatico 🙂

  14. ANGELOM ha detto:

    Nella mia famiglia, quando si parlava delle persone che si davano molte arie,che si ritenevano importanti, erano ricorrenti queste due parole:
    ALTERIGIA : atteggiarsi con aria di sufficienza ,altezzoso, superbia, sussiego.
    PROSOPOPEA: ed eccessiva estimazione di sé, boria , presunzione. Queste due parole sono molte simili ed esprimono lo stesso concetto.

    • luciabaciocchi ha detto:

      Angelo, forse ti riferivi ai tuoi nonni parlando di ALTERIGIA ? Me li ricordo molto bene, quando seduti sul LANDO’ ( carrozza a quattro ruote, provvista di due mantici, per lo più tirata da due cavalli ) attraversavano le vie del Paese con aria importante!!
      Ciaoo 😛

  15. ili6 ha detto:

    a me piace la lingua che si evolve: la nostra è lingua viva e come tale si modifica, si amplia, si adatta e si apre alle altre culture. Quello che invece ABORRISCO (eh…serve dizionario?) è quell’uso delle volgarità nel parlato e nello scritto a cui per forza vogliono farci abituare e farle credere normalità a furia di dirle e leggerle. No, restano solo vere e pure volgarità.
    Evoluzione sì, ma è anche vero che oggi assistiamo alla formazione di parole a dir poco curiose, se non davvero brutte, nate perlopiù in contesti giovanili (paninaro, ad es, o scaldacuore: che orrore!!) e mediatici e soprattutto assistiamo, impotenti, ad una formazione della sintassi e della grammatica sulla quale è meglio stendere un velo pietoso. Tu dici del PALTO’, pensando all’inverno, io aggiungo SPOLVERINO, pensando alla prossima primavera. Ma chi lo usa più?

    • luciabaciocchi ha detto:

      Marirò hai ragione lo SPOLVERINO, capo indispensabile nel guardaroba delle signore di qualche anno fa, lo ricordo benissimo, andava bene per il mezzo tempo, primavera-autunno, rigorosamente abbinato a borsa e scarpe. Sulla volgarità del linguaggio odierno sono d’accordo con te e meditavo di trattare l’argomento in un prossimo post.
      Un saluto carissimo 😛

  16. Giulio Salvatori ha detto:

    Sonoqui, hai azzeccato , come dice Lucia -tutto il mondo è paese-Comunque, nessuno, -NESSUNO-, ci darà mai più la fonetica, il suono di certi vocaboli che ben si legavano con l’ambiente. Io stesso, che sono sempre alla ricerca di usi e costumi del mio paese, sento che solo gli ultimi vecchi hanno questo dono.La parola -RANNO- che ho citato sopra, non era altro che l’acqua che rimaneva dopo aver fatto il bucato nella tradizionale conca di terracotta.Quell’acqua bollente che veniva versata sopra la cenere contenuta da un telo, che le donne chiamavano – il borraccio- e foglie di orbaco per profumare il contenuto.Lasciavano i panni in questa essenza tutta la notte, aprivano il cannello di scarico e andavono poi a risciacquare il bucato al canale o alle pozze.Io, quelle lenzuola bianche e quel profumo di pulito, non l’ho più sentito. Scusate se mi sono dilungato, ma vedete una sola parola, quante cose contiene.

    • luciabaciocchi ha detto:

      Ricordo benissimo il bucato del lunedì, era un rito, proprio come lo descrive Giulio, veniva una donna dalla campagna che provvedeva al tutto, aggiungo che veniva recuperata l’acqua che usciva dal catino, la LISCIVA, che veniva poi utilizzata per le pulizie della cucina.
      Grazie Giulio per le tue testimonianze 🙂

  17. pierperrone ha detto:

    Cara Lucia,
    un bellissimo post e davvero molto belli anche i commenti.
    Le parole che si ammalano e muoiono, mette dispiacere, malinconia, nostalgia, anche. Ma è pure naturale che accada.
    Ognitanto sfotto mio figlio, che quest’anno farà la maturità, invitandolo a parlare di più il dialetto romano, vuoi vedere che ci azzecca di più con le versioni di latino?
    Intendo dire, in questo caso, che quei cambiamenti, misurati sulla latitudine invariata di una città come Roma, mi danno la misura esatta della distanza fra l’antico/latino classico e il moderno/dialetto romano: i punti di contatto? Praticamente nessuno (chissà, forse qualche purista dirà che qualcuno è rimasto ancora… ma in generale mi pare proprio di no).

    Parole che si usavano una volta… ce ne sono tante… ma a me, per parlare di vita vissuta, mi viene in mente una lingua intera, un altro dialetto, quello della città di Benevento, dove sono cresciuto.
    Molto napoletano, quel dialetto.
    Più che un dialetto una particolare intelligenza, una sensibilità del tutto sovraesposta, come la pelle urticata dalla storia…
    Ma io lì non ci sono nato.
    Se vado a cercare all’apposita riga della carta d’identità, io sono nato vicino Lecce.
    Laggiù scendevo a fare le vancanze, quando ero bambino, quasi mezzo secolo fa, o ad aspettare che mi nascessero i fratelli. Cosa che io non capivo bene, allora. Andavamo col treno. E ci fermavamo a Bari, per fare un pranzo al sacco. Mi ricordo che mangiavamo dei panini speciali… ma non ricordo ripeini di che. Un sapore strano, profondo, ma non saprei dire di cosa.
    E poi, laggiù, nella terra arsa dal sole, quando, d’estate, scendavamo per la feria del paese, la festa di San Donato, il 7 agosto. E’ per questo che mi chiamo anche Donato.
    Mi ricordo dei sapori e alcune parole per raccontarle!
    Le FRISE, o freselle, o friselle, di grano duro, gialle, quasi marrone, dure come biscotti pietrificati, ma pronte a farsi di pane, quando venivano passate sottol’acqua e spalmate di pomodoro, sale, origano profumato e olio dorato.
    Bocconi dorati e profumati.
    E le PUCCE. Pagnotte di farina nera, grezza, profunìmo di forno, di pane, di farina, ripiene di olive nere con tutto il nocciolo, pomodori interi, cipolla a pezzi…
    Le ho ritrovate, dopo quasi cinquant’anni, qui, sotto casa mia. Il terzo sabato del mese, ogni mese, fanno un piccolo mercatino biologico. E viene, da Lecce, un panettiere, che porta le frise e le pucce.
    Che meraviglia.
    Ed un Negramaro … e un Primitivo … chiiri, quasi trasparenti, poco più che rosè… forti, di fuoco… passo certe sere a domandarmi se posso resistere… ma un sorso tira l’altro, sempre più forte… e così, certe volte finisco per acciuccarmi un pò.
    Ora è un pò che non ci passo, dal mercatino… mi manca qualcosa…
    C’era sicuramente anche dell’altro, ma per stasera mi fermo qui.
    Prima, però, Lucia, aggiungo anche un piccolo regalo da youtube, che mi ha aperto la porta dei ricordi. Si tratta più di sonorità del dialetto che di parole vere e proprie, ma spero un pò di ritmo musicale ti faccia piacere lo stesso e compensi il mio … fuoritema.
    Un carissimo saluto ed un abbraccio davvero speciale a te, tuo marito e la serenità che si sta ricomponendo.

    Piero

    • luciabaciocchi ha detto:

      Piero non è facile risponderti, lasci qui pensieri profondi e importanti, mi piace trascrivere dei versi dell’amica GIRASOLE, mi sembrano molto appropiati.
      http://via000.wordpress.com/2010/07/09/parole/#comment-1453

      Da Parole:
      …”Parole che scrosciano e cantano
      parole mute e parole che gridano
      comprese e fraintese
      credute e maltrattate
      leggere come farfalle
      pesanti come sassi
      lanciati contro un vetro.
      Parole con cui ci scontriamo
      dentro cui ci avvolgiamo felici
      come in una morbida e calda coperta
      con cui piangiamo e ridiamo.
      Complicato universo
      difficile da interpretare
      da spiegare
      da capire.
      E rimangono parole che scriviamo
      il barlume di un attimo
      annusare, toccare, ascoltare
      Capire per poi ritornare al buio
      in uno strano gioco di chiaro-scuri.
      Le parole siamo noi
      complicati, poliedrici,
      pieni di certezze e dubbi
      alla perenne ricerca
      di chiarezza e verità.”
      Patrizia

  18. popof1955 ha detto:

    Io trovo invece che le parole non muoiono di loro iniziativa, bensì le ammazziamo noi,
    Mi piacciono i francesi che traducono tutto nella loro lingua, non si affidato alle lingue e definizioni da importazione. Ad esempio tutti parlano di default, ma che accidenti. fallimento è il suo vero nome, e via di questo passo, ce ne sono a decine di parole, perché se un termine è italiano io lo uso, se poi gli altri non capiscono son fatti loro. Non dirò mai “non conforme” mutuandolo dall’inglese “no conform”, piuttosto dico inadeguato o improprio. Purtroppo alla fine bisogna piegarsi alla lingua compresa e compressa, e dai e dai si parla e scrive in modo da essere capiti e non passare da stralunati. Continueremo a usare computer anziché calcolatore elettronico. 🙂

    • luciabaciocchi ha detto:

      Paolo, hai ragione spesso parole italianie vengono sostituite da vocaboli stranieri, forse rispecchia un po’ la tendenza dei costumi moderni, aprirsi a nuovi mondi e mercati, spesso a discapito del linguaggio che negli ultimi tempi si è un po’ imbarbarito.
      Un saluto 🙂

  19. mariella54 ha detto:

    Cara Lucia interessante il tuo argomento è vero ci sono parole che ormai hanno fatto il suo tempo vuoi perchè vengono sostituite dall’inglese o perchè gli oggetti a cui si riferiscono non sono più in uso tipo*vaso da notte ,chi lo usa più?A me è venuto in mente *corriera ,che sarebbe il pulmann oppure credenza per dire mobile da cucina, lavandino oggi si dice lavello,gas ,oggi si preferisce forno cottura,che dire di queste 2 parole scomparse dal nostro modo di dire :Brillantina e sottoveste, è naturale che stanno scomparendo e chi le usa più?Mi piace questa che però è in dialetto veneto che dice ancora mia mamma che è di Treviso *Tiracche,lascio a te indovinare. P.S.Spero tanto che tuo marito stia bene io ti conosco da poco e non so la tua storia .Io sono credente ed una preghiera la dirò per voi, anche se non ci si conosce di persona l davanti alla sofferenza dell’altro ci si sente vicini.Ciao e coraggio

    • luciabaciocchi ha detto:

      Carissima Mariella, grazie per le belle parole, sta tornando un po’ di sereno, siamo più tranquilli e possiamo dedicarci ai nostri interessi. La parola CORRIERA, da te proposta, l’usavo qutidianamente in gioventù, tutti gi giorni salivo sulla corriera e mi recavo a scuola, un tragitto breve, pieno di fatti curiosi e bellissime amicizie, per un parlare della BRILLANTINA, mi sempre di vedere la scotolina verde della LINETTI…
      Un saluto affettuoso 🙂

  20. sonoqui ha detto:

    Buongiorno Lucia, questo bel post, mi ricorda la mia infanzia con i Nonni,
    in special modo una parola che Giulio ha ricordato: Straccali che, se non cado in errore, erano le
    bretelle dei pantaloni del Nonno, mentre la Nonna usava la Spagnoletta di filo per rammendare o cucire un po’ di tutto (mi sbaglio?…)
    Le parole non sono mai né vecchie, né antiche e neanche moderne, raccontano semplicemente
    i nostri momenti di Vita
    Ti lascio ad un fine settimana sereno
    Un abbraccio
    Gina

    • luciabaciocchi ha detto:

      Bravissima, le bretelle del nonno, tante, belle, colorate, per ogni occassione, appese in bella vista nella camera da letto. La scatola di latta con le spagnolette ancora la conservo, era indispensabile in ogni famiglia, si cuciva, rammendava, riutilizzava di tutto!
      Buon fine settimana anche a te 🙂
      Lucia

  21. Giulio Salvatori ha detto:

    Mi rimane difficile portare alcune parole perché non so se, rientrano nel dialetto o sono italiano.Ne metto alcune, poi vedremo dagli esperti :- Straccali,mantellina, furasacco, tarpone, guindolo, spagnoletta, lisciva, ranno,latrina, furicone, berretto, papalina, stornello, …

    • luciabaciocchi ha detto:

      Ma Giulio, tutto il mondo è paese, le tue paroli sono chiare e comprensibili. Mi ha fatto venire in mente la MANTELLINA, in questi giorni di freddo mi avrebbe fatto comodo averne ancora una, bella, calda, coprente come quella che mi aveva fatto la mia mamma.
      Un saluto 🙂

  22. non solo tanti vocaboli sono scomparsi…ma ormai all’epoca di internet e degli sms è morta anche la grammatica italiana…..Buon fine settimana

  23. Lorenzo D'Agata ha detto:

    Lucia, ai miei tempi la carta assorbente la chiamavamo cartasciuga e i pennini macchiavano i banchi. E i maestri davano le bacchettate sulle mani. E l’autista dei pochi taxi si chiamava sciaffurro, dal francese chauffeur. E’ triste ricordare. Oggi si va per le spicce e si perdono vocaboli antichi e vocaboli lunghi. Non ne sono contento. Ciao:)
    Bello il tuo incipit.

    • luciabaciocchi ha detto:

      Lorenzo anche la mia maestra aveva l’abitudine di dare le bacchettate sulle mani, ed ogni macchia d’inchiostro era un dramma, i fogli erano numerati e non si poteva strapparli, una vera tragedia!!! Grazie per il pensiero 🙂
      Lucia

  24. semplice1 ha detto:

    Tutta colpa del sig.Georges Perec, l’omino addetto a cancellare dal vocabolario le parole cadute in disuso? Non credo..le parole subiscono quella selezione, innaturale per me, che subiscono i frutti. Hai notato, ripercorrendo la memoria, quanti tipi di mele, di pere, di pesche, etc., sono scomparse dalla nostra tavola? Tutte sacrificate sull’altare dell’omologazione o delle fredde regole di mercato che favoriscono un’identità tutta uguale, a scapito di personalità, unicità, diversità. Così è per le parole..si tende a relazionarci su un terreno comune, su termini conosciutissimi, togliendo quel gusto che dà spiegare un termine di un contesto antico, magari legato a cose non più in atto, ma che racconta storia, cultura, costume.Ogni parola ha un’anima, rappresenta un vissuto e perderle è perdere un pò di noi, della nostra memoria.
    Fra le tante perse: balia, balocco,campanaro, carta da zucchero, carta velina, chierico, flit, gruccia, madia, lucore, mangiadischi, malmostoso, manrovescio,mantellina, libare , pennino,risolatura, torpedone,tosse canina,vaso da notte, villanzone,spagnoletta, sillabario, pigione, sparagnare,serendipità,tirabaci,stomacare, surrogato etc etc etc….quella che mi rattrista di più, aver perso è compagno, intesa come appartenenza allo stesso ideale di partito…tempo fa, Osvaldo, mi fece notare di averla letta in un mio commento al suo blog, e ne sottolineava un pò meravigliato e contento il piacere in quanto desueta, purtroppo!. Ecco, la parola compagno, non vorrei che morisse.
    Un abbraccissimo grande
    Vera

    • luciabaciocchi ha detto:

      Vera, ma che brava!! Dove hai scovato tutte queste parole, leggendole sono tornata indietro negli anni, su ognuna di loro si potrebbe scrivevere una storia.
      Il PENNINO, per esempio mi fa tornare sui banchi di scuola, croce degli scolari, mi ricordo delle terribili macchie, mi veniva in aiuto la CARTA ASSORBENTE, altra parola scomprsa e così potrei dire di tante altre…
      Un saluto affettuoso, sempre un piacere leggerti:-P

    • anna ha detto:

      Anche a me la parola compagno piace, sopratutto a livello politico.

  25. Vito M. ha detto:

    Peccato che alcune parole rischiano di scompararire magari a scapito di termini stranieri, sempre più d’uso comnune nel nostro parlare.
    Quando scrivo una poesia o un racconto, uso sempre un modo arcaico, mi piace, trovo che le frasi siano più “musicali”.
    Ti auguro una buona serata, con amicizia, Vito

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